AYALA: LO STATO CI HA FERMATO

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“A noi ci ha fermato lo Stato, queste cose bisogna scriverle”. La denuncia, più volte avanzata anche da Roberto Saviano, è di Giuseppe Ayala, magistrato e politico italiano, amico di Falcone e Borsellino, ieri sera a Polignano al terzo e penultimo appuntamento con il Festival de Il Libro Possibile (Vedi video in basso, a fine articolo).

Da piazza San Benedetto, intervistato dalla voce calda dell’assessore Luigi Scagliusi, l’ex deputato del Partito Repubblicano e dei DS ha presentato “Chi ha paura muore ogni giorno – Mondadori”; ha discusso sui ritardi e la complicità dello Stato, ripercorso le tracce segnate nella memoria dei ricordi con Falcone e Borsellino. Dopo l’intervento “forzato” di Giuseppe Gialluisi, ha liquidato l’ultima legge sulle intercettazioni, che riguarda giornalisti e magistrati, con un secco e sonoro “ma andate a cacare!” riferito al governo che l’ha approvata.

Vero è che il sistema mafioso attecchisce anche nella cultura, nel vivere quotidiano. La mafia mette radici nel vissuto del nostro territorio, né è complice lo Stato, quindi noi, cittadini, rappresentanti delle comunità, entro i confini dei quali viviamo.

Forse l’accezione del termine "mafia" si può ben sintetizzare per comprensione nella seconda domanda rivolta da Luigi Scagliusi, il quale afferma che: “la mafia è un sistema di potere culturale legato al territorio”.
Il richiamo a Michael Foucault mi rimanda a letture accademiche; lo storico e filosofo francese, nel 1977 pubblica Microfisica del potere e scrive: “Si tratta di cogliere il potere sulle sue estremità, nelle sue ultime terminazioni, là dove diventa capillare, di prendere cioè il potere nelle sue forme ed istituzioni più regionali, più locali, soprattutto là dove, scavalcando le regole di diritto che l’organizzano e lo delimitano, si prolunga al di là di esse, s’investe in istituzioni, prende corpo in tecniche e di dà strumenti d’intervento materiale, eventualmente anche violenti.

Dunque la mafia è anche potere localmente riconosciuto e ben delimitato, è appunto “là dove diventa capillare, nelle terminazioni”, è potere condiviso, scambiato, concordato anche tacitamente. La mafia è nel laisezz-faire a cui sovente siamo abituati, nel pressapochismo delle cose, nelle disuguaglianze di trattamento (a proposito delle quali, direbbe Stuart Hall, nel riconoscimento di sé stessi attraverso la differenza), nelle gestioni della cosa pubblica al limite della legalità e dei principi etici e morali.
La mafia è forse, e anche, nella visione distorta della realtà di chi si affanna a imporla come modello di riferimento, è nell’abusivismo del quotidiano e in chi eleva esso a strumento di esercizio del potere legittimato e legittimo; è infine, in chi accetta tutto questo.

Quindi, il potere mafioso si manifesta nelle piccole grandi azioni routinarie di una comunità, pure tanto piccola come potrebbe esserlo la nostra Polignano, al cui interno operano gli attori sociali: cittadini, istituzioni, associazioni.
La verità è che la mafia ci sta tanto stretta; è talmente sotto il naso che, abituati a amplificare la realtà sotto la lente degli occhiali da miopia cronica, non la vediamo, ma ne sentiamo la puzza. Eppure alcuni di noi, di questo fetore finalmente, cominciano a nausearsi.