IL PRESEPE “DU MEST D’ASCE”, ANGELO CARRIERI
“Nacque come sfida all'amministrazione. Mi davano del pazzo. Invece teneva sveglia la mia mente”
Angelo Carriere, 87 anni, il principe incontrastato del presepe, tiene sveglia la sua mente così, lavorando di quel lavoro manuale e artigianale, ormai scomparso e affidato agli automatismi irrazionali della ragione. L’ispirazione del suo famoso presepe, stabile nella traversa di via Dogali dove un tempo si tenevano lezioni di catechismo, è il “piccolo mondo antico” di Polignano, perché la nostra città è un presepe arroccato com’è, su uno degli scorci naturali più ambiti e fotografati della Puglia. (l'articolo continua in basso alla galleria fotografica)
Il presepe del sig. Carrieri ha fatto ormai scuola e non ci sono rivali che tengano. Da tutti i paesi vengono a Polignano per visitarlo. Arrivano pullman carichi, si diffonde tramite il passaparola: quattro anni fa arrivò perfino una troupe della Rai. Il presepe di Carrieri è un patrimonio culturale e umano immenso, che andrebbe protetto: oltre al fatto che porta il nome della nostra città in giro per l’Italia. Il presepe di Carrieri è, dunque una cartolina, un biglietto da visita per Polignano. E’ unico nel suo genere, non solo per i movimenti elettronici delle statuine collegate a una centralina collaudata ad hoc da un polignanese che vive a Milano, ma soprattutto per il richiamo alle antiche civiltà, ai mestieri di una volta. E per gli scheletri di legno agili che si nascondono sotto gli abiti delle statuine: nessun presepe in Italia (per lo più in gesso, ceramica e cartapesta) vanta materiali così ricercati, con abiti originali e ricercatissimi.
La grotta di Betlemme e la grotta Palazzese vista dal mare. I soggetti rappresentano tutti i mestieri ormai scomparsi: tornitore, falegname a mano, maniscalco, arrotino, contadino, pigiatore d’uva, aratro, c’è la fruttivendola che misura con la statera, il beccaio, il girarrosto, carretto, frantoio con la macina e a pressa, donna che carda la lana e il mest d’asce (maestro d’ascia, carpentiere, falegname), il lavoro che il sig. Carrieri ha avviato tanto tempo fa, e che poi ha dato vita al famoso o omonimo Centro Arredi.
Per realizzare questo presepe c’è voluto più di un anno, tredici anni fa, anno dopo anno il sig. Carrieri ha aggiunto elementi nuovi nel suo presepe: dopo l’effetto fumogeno introdotto nel 2010, da quest’anno cinguetta un nuovo uccellino solitario, prima del tramonto, con il passaggio dal sole alle stelle. “Se lo smontassi – racconta Angelo Carrieri ai nostri microfoni – non saprei più come rimontarlo”. Forse nemmeno un ingegnere riuscirebbe nell’impresa, perché sul retro, dietro le quinti di questo grande e animato teatro natalizio si nasconde un groviglio impressionante di fili e pulsanti: difficile ritrovare il bandolo di questa matassa.
NACQUE COME SFIDA - Carrieri ci svela per la prima volta come è nata l’idea del suo presepe. “Quattordici anni fa ingaggiai una sfida contro l’amministrazione Di Giorgio – svela ai nostri microfoni – l’amministrazione spese fior di milioni inutili per delle statue enormi e allestire un presepe che è poi scomparso, non sappiamo che fine abbiano fatto quelle statue. Così si accese la lampadina, volli farne io uno, con Polignano sullo sfondo. Inizialmente non era in movimento, poi è stato tutto un divenire continuo. Mi sentivo rilassato, disteso, mi facevo quasi compassione. Realizzare questa impresa mi teneva sveglio, teneva sveglio il mio cervello. Ricordo che mi davano del pazzo, invece tutto questo lavoro manuale e artigianale tiene sveglia la mia mente. E ora che mi sono fermato sento già il mio cervello spento, non più quello di una volta. Vorrei attivarmi e continuare a lavorare. Vorrei che questo presepe non finisse mai, per tenere sveglia la mia mente”. L’anno venturo, promette il sig. Angelo, si muoveranno perfino i cammelli; quindi c’è tanto lavoro da fare.
Il presepe di Angelo Carrieri è l’ultimo baluardo della riproduzione artigianale in contrapposizione alla riproduzione seriale e industriale degli oggetti d’arte. E’ unico, un’opera d’arte non più riproducibile. Come un capolavoro, un affresco o un olio su tela: “Le cose una volta si fanno – ripete il vecchio “mèst d’asce” di Polignano – non saprei più riprodurlo”. E certo, perché l’uomo, per fortuna non è una macchina, un automa a batterie. E tale, si spera, non diventi in futuro, in nome della produttività crescente, costi quel che costi. Altrimenti l’arte muore.
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