Riprendiamo il filo interrotto degli estratti del diario di Giuseppe Mallardi, gentilmente concessi dal dott. Carlo De Luca.
Eravamo rimasti al 6 dicembre 1812. "Ho freddo maledetto che mi paralizza quasi tutta la persona" - annota Mallardi nel suo taccuino, in una delle giornate più terribili della marcia verso Wilna, dove due terzi della truppa muoiono assiderati dal freddo.
Il capitano polignanese Mallardi, nelle pagine che seguono, racconta nuovi particolari agghiaccianti che svelano il vero volto della guerra e della sofferenza, atroce, che non risparmia nessuno. Mallardi guarda in faccia la morte e la descrive così: “Quasi tutti abbiamo chi il viso acceso, chi livido e tumefatto e chi gli occhi sanguinanti. Ritorna a nevicare con molta insistenza, molti cadono sfiniti e tosto sono ricoperti dalla neve, ed ogni piccolo rialzo segna un disgraziato che ha finito di soffrire!”.
(In basso tutti i link alle pagine precedenti del diario di Mallardi)
Il passaggio da Wilna (oggi Vilnius, capitale della Lituania) a kowno.
'Il cavallo lo vedo in pericolo. E' dimagrito terribilmente...'
7 dicembre lunedì. Wilna. ………….Ieri ebbi il coraggio di vergare quei pochi righi affranto ed addolorato nel vedere distrutto in una sola e crudelissima notte la maggior parte dei miei poveri commilitoni. Parecchi hanno avuto l'estremità del naso gelato, ed altri le falangi chi delle mani, chi dei piedi e chi di tutti e due, e sarebbe doloroso se io volessi segnare su questo tablettes tutti i poveri infelici che ora gemono nei propri dolori. Il colonnello questa mattina ha emanato l'ordine che alle ore 6 di sera tutti i capitani delle rispettive compagnie chiamassero l'appello per tener calcolo della gran quantità di graduati e militi mancanti, da essere segnati e tosto trasmessi al colonnello.
Verso sera ho riveduto il capitano Piccolellis che funzionò da vetturino sulla slitta di Napoleone. ……Segno su questo diario il luttuoso avvenimento, per volontà di un despota e do principio con la 2° compagnia del 2° squadrone, che sarebbe la mia, e così di mano in mano farò per tutte le altre, affranto dal crepacuore…..
Finito l'appello, molte guardie appena si reggevano in piedi e diversi avevano le lacrime gli occhi. Il capitano, anche lui come tutti noi commosso, mi disse: "tenente, dov’è più quella compagnia modello che era l’ammirazione di chi la vedeva? è sparita non resta altro di essa......... che pochi spettri!” e stringendomi la mano mi lasciò.
………..3° squadrone 7° compagnia In questa compagnia vi sono una moltitudine che fanno parte della Terra di Bari e fra questi vi è anche il mio concittadino F. Carone, che non ha risposto all’appello (lo ritrovò dopo molti mesi e molte peripezie, sarebbe diventato nel 1816 suo cognato, perché Giuseppe ne sposò la sorella Deodata, n.d.r.).
9 dicembre mercoledì. Wilna. ……………Ieri sera all'appello serale non risposero circa una trentina tra guardie e Veliti, perché gravemente ammalati o amputati.
Verso le ore 9.30 ant. siamo usciti dal convento di San Raffaele, nel numero di 431 fra guardie e veliti, comandati dal maggiore Chevallier Carlo dei Veliti, ora il più alto in grado, trovandosi i due colonnelli per le subite amputazioni in stato da non poter prestare servizio…..
Questa Grande Armata, col freddo di questi tre ultimi giorni sempre crescente e con le marce senza riposo, ha finito col fondersi quasi in un sol corpo lungo il cammino. Giungono come torme di bestie e senza alcun ordine, misti uffiziali e militi, coperti di svariate forme cenciose, e parecchi si appoggiano ai bastoni, con i capelli e le barbe rilucenti di ghiaccioli da renderli quasi irriconoscibili.
Questa balda soldatesca, una volta il terrore dell'Europa, ora è l'ombra di se stessa!
Tutte le precauzioni da noi riprese a nulla sono state proficue. Una confusione enorme è succeduta all'entrata nella città; ognuno ha fatto il suo comodo, non avendo più l'uffizialità il comando….
Il piede non mi dà molestia, solo ho dovuto smettere per il momento il mio piccolo stivale ed involgere subito il piede come hanno fatto tanti altri, dopo averlo ben fasciato in un pezzo di cuoio di cavallo da poco scorticato, legandolo poscia sulla tibia del piede, per garantirlo da qualsiasi pressione. A tale scopo ho dovuto farmi confezionare una staffa provvisoria, che mi serve molto bene all’uopo.
Continuano a giungere soldati sbandati dalla via di Mosca, di tutte le armi, ma a solo vederli fanno veramente compassione.
Pare che l'idea del nostro re in qualità di luogotenente dell'Imperatore a cui è sottoposta l'intera armata, sia quella di rimanere qui per parecchi giorni…
Verso sera si è sparsa la notizia dagli ultimi soldati giunti che le alture presso la città erano coronate da truppe cosacche.
S.M. Gioacchino, vista la brutta e mal sicura posizione in cui si trovava e misurando il gran pericolo d'essere sopraffatto e preso prigioniero, ha deciso abbandonare la città con il favore della notte. Egli si è deciso a questo passo osservando la infelice condizione in cui è ridotto il residuo della Grande Armata, avendo anche quasi tutti i generali feriti o malati, come più su ho menzionato.
All’uscita dalla città di Wilna siamo nel numero effettivo d’uffiziali e militi delle Guardie d'Onore uomini 177. Ma per mancanza di tempo non ho potuto segnare anche gli altri assenti nei due squadroni dei Veliti a cavallo.
Alle ore 11 pom. precise usciamo dal convento di S. Raffaele, che si trova a breve distanza dalla porta della città, e tosto siamo raggiunti dal re Murat quale capo supremo dell'armata, avendo intorno a sé tutto lo stato maggiore, più il vicerè Eugenio, il freddo è intensissimo ed il termometro ha segnato alla nostra partenza 24 gradi sotto zero. Se io avessi avuto il piede sanato, avrei di sicuro preferito marciare a piedi. La via che battiamo è quella che mena a Kowno e la notte è oscurissima, tanto da non farci discernere i pali di guida, e da farci spesso deviare, lasciandoci alcune volte indecisi per qualche tempo semmai ci fossimo smarriti.
Giorno è fatto e cerchiamo di riprendere la marcia in avanti. Si vocifera che il riparto sassone, il quale non si trova riunito all’armata, con vari generali si sia sperduto e certamente caduto nelle mani dei russi. Le prime colonne sono già sulle alture, lo stato maggiore col re riprende la marcia con noi, i carriaggi sembrano impossibilitati a superare la salita, perché i cavalli, non essendo regolarmente ferrati a ghiaccio, sdrucciolano maledettamente sanguinandosi i ginocchi.
Tosto viene deciso l'abbandono dei cannoni con tutti i cassoni e bagagli di trofei presi ai nemici e mi dicono anche della famosa celebre croce di S. Ivano, nonché del tesoro dell'armata, composto di dieci milioni fra oro e argento.
Di questo tesoro si è cercato salvare cinque milioni in oro, per l'energia mostrata dal gran cassiere pagatore stesso. Tutti i cassoni abbandonati sono stati aperti e sventrati dai soldati ed ognuno ha cercato fornirsi di quello che meglio gli gradiva; tutti gli stendardi conquistati dall'inimico restano lì abbandonati ed i 5 milioni in argento sono abbandonati alla cupidigia dei soldati, i quali se li dividono tra clamorose risse.
10 dicembre giovedì. …………..Non saprei descrivere in quale scompiglio è piombato questo residuo della Grande Armata! Invece di cercare di rianimarla e riordinarla alla meglio, avendo sempre alle nostre calcagna i cosacchi, si è cercato da ognuno, cominciando dal nostro re, dal vicerè Eugenio, generali, Stato maggiore, ecc. ecc. pensare solo a trovarsi un rifugio in queste luride e schifose capanne, per garantirsi dal crudelissimo freddo. Verso le ore 2 pom. siamo un gruppo di uffiziali di diverse armi attorno ad un gran falò, quasi del tutto carbonizzato, il quale dà un dolce calore, senza recare preoccupazione alcuna. Io mi occupo vergando questi pochi righi per tener dietro agli avvenimenti della giornata, e presso di me è accoccolato il tenente del 2° cacciatori italiano, che ho conosciuto nella notte scorsa. Egli è un giovine distinto e dai modi molto garbati, e mi ha fatto conoscere che l'armata del Regno d'Italia era forte alla partenza da Milano di oltre 27.397 uomini con 58 cannoni, e così si è espresso:
"ora non abbiamo più nulla, e siamo ridotti a circa un migliaio o poco più, e del nostro bel reggimento son quasi periti tutti, ed anche il nostro bravo colonnello Banco, il quale ebbe la fortuna di morire con un colpo di cannone, e noi che moriamo da un momento all'altro di congelazione e di stenti. Come sapete, la Grande Armata ha seminato lungo la via da Mosca fino a questo falò cannoni, carri, bagagli, uomini e cavalli, e chissà se il nostro turno è anche molto vicino!"
11 dicembre venerdì. Eve. …………..Abbandoniamo questo triste ed infelice villaggio, quasi per tre quarti distrutto, verso le ore 7 ant., formando una gran colonna; la maggior parte dei militi sono inermi e tutti coperti da cenci alla meglio affastellati per garentirsi dal crudelissimo freddo. Moltissimi di questi infelici che avevano avuto la fermezza ed il coraggio di trascinarsi per ben 400 miglia da Mosca a Wilna, e avevano vista la strada seminata di moribondi e cadaveri, marciano ancora, ma sfiduciati di poter resistere per altro breve tratto di via, sì da poter assicurare la loro esistenza. Tira un vento che penetra le ossa, ed il termometro segna 23 gradi sotto zero: piccoli ghiacciuoli volano per l'aria, arrecandoci molto fastidio, io non mi reggo in sella ed il mio povero cavallo è irriconoscibile, ridotto un vero scheletro ambulante, cerco alleggerirlo camminando alla meglio al suo fianco. Il terreno è divenuto una vera superficie di cristallo, ed il solenne silenzio viene solamente interrotto dal cigolio di qualche ruota e dallo strepitio dei passi sul suolo agghiacciato.
La gerarchia militare è finita, ora primeggia solamente la propria conservazione, né si vedono più quelle eleganti divise che facevano la meraviglia di chi le osservava. Noi ora siamo tutti irriconoscibili: dalle barbe e capelli lunghi, dai quali penzolano lucidi ghiacciuoli. Tutti per lo più sono coperti di cenci e pelli di ogni specie e forme, e i piedi sono ravvolti in brandelli di cuoio cavallino. Lo stare fermi o a cavallo è lo stesso che voler morire assiderato, e tutti si tirano alla meglio vicino ai propri cavalli, i quali per lo più non sono più abili al nulla. Quasi tutti abbiamo chi il viso acceso, chi livido e tumefatto e chi gli occhi sanguinanti.
Ritorna a nevicare con molta insistenza, molti cadono sfiniti e tosto sono ricoperti dalla neve, ed ogni piccolo rialzo segna un disgraziato che ha finito di soffrire!
La nostra lunga colonna continuando nella marcia semina la via di morti e moribondi, inseguita continuamente dai cosacchi, i quali fanno una quantità di prigionieri di tutte le armi e gradi, che per un caso qualsiasi si restano indietro.
Siamo finalmente, verso il mezzogiorno, a Zyzimory, ma i nemici continuano a molestarci con qualche cannonata, per lo più innocua.
Il nostro retroguardo non può tener testa a questi nuclei di cosacchi, che di tanto in tanto l'hanno assalito lungo la marcia. Ora volendoci prevenire nell'occupazione di Zyzimory, alle porte del paese ci è stata una zuffa abbastanza calorosa, dove abbiamo preso parte tutti i validi, ed il nostro corpo ha dato anche il suo aiuto ed ha perduto parecchi uomini. I cosacchi sono scomparsi dall'orizzonte e noi ora cerchiamo stazionare in questo piccolo paese fino al domani, sperando nella prossima giornata essere a Kowno. (Vedi foto della città di Kowno del 1875, in alto, a destra. In basso a sinistra, mappa stradale da Wilna - l'attuale capitale della Lituania Vilnius - a Kowno. In tutto sono 105 km, ndr).
La maggior parte dei soldati non si reggono in piedi, ed è necessario il riposo. Il vicerè Eugenio con un discreto numero d'uomini ha proseguito per il villaggio più innanzi, chiamato Rumszyscki.
Qui succede la medesima confusione; ognuno cerca vitto ed alloggio, i poveri abitanti vengono spogliati del tutto: le loro capanne sono smembrate e distrutte per farne legna da ardere. Il nostro rancio si compone di un semplice pezzo di carne di cavallo, abbrustolito sui carboni alla meglio; la capanna da me occupata è stata una delle ultime, quasi fuori della borgata, e vi abbiamo preso posto 36 persone e tre cavalli, fra i quali anche il mio.
Durante la notte per scacciare gran freddo, abbiamo distrutto per ardere quasi tutti i divisori di legno, affumigandoci come prosciutti. Fra questi grandi strapazzi e stenti, la mia salute è passabile, né il piede mi dà gravi molestie, il cavallo poi lo vedo in pericolo, è dimagrito orribilmente, quasi la maggior parte delle nostre guardie ne sono prive.
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VEDI DIARIO DAL 2 AL 6 DICEMBRE 1812
RILEGGI LA PRIMA PARTE DEL DIARIO DI MALLARDI, DAL 18 SETTEMBRE 1812 AL 2 DICEMBRE 1812
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IL RITROVAMENTO DEL DIARIO DI GIUSEPPE MALLARDI
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