Domenica 16 Giugno 2019
   
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Omicidio Bruna: chiesti 28 anni di carcere

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La difesa e il tatuatore nell’udienza di mercoledì scorso.
Prossima udienza e sentenza il 7 novembre


La Procura Generale di Bari ha chiesto la conferma della condanna a 28 anni di reclusione per Antonio Colamonico, imputato per l'omicidio della 29enne italo-brasiliana Bruna Bovino, uccisa il 12 dicembre 2013 nel centro estetico che gestiva a Mola di Bari. L'udienza si svolta dinanzi alla Corte d'Assise d'Appello di Bari alla presenza dell'imputato ed ex compagno di Bruna e dei familiari della vittima.

Mercoledì mattina, 24 ottobre, è stato ascoltato il tatuatore che dice di aver visto Bruna viva alle 18 circa. La difesa, rappresentata dagli avvocati Nicola Quaranta e Massimo Roberto Chiusolo, si gioca la carta degli orari. Il tatuatore ha un laboratorio di tatuaggi vicino al centro estetico dove è stata uccisa Bruna. Il tatuatore sostiene di aver visto e salutato Bruna circa un’ora dopo il momento del delitto, così come ricostruito dall’accusa (intorno alle 17). Alle 18.15 di quel 12 dicembre il commerciante è immortalato nelle immagini della videosorveglianza di un bar e sostiene di aver incontrato la ragazza dopo aver preso quel caffè.

Il corpo di Bruna, infatti, fu trovato semicarbonizzato sul pavimento del centro estetico, fra pezzi di indumenti e sangue, dopo essere stata uccisa con 20 colpi di forbici e strangolata. Il processo è stato aggiornato al 7 novembre prossimo per l’arringa difensiva e la sentenza.

 

L’accusa: “Nessuna crepa”.

“Nessuna crepa nel teorema. L’articolo apparso su BariToday non sposta di una virgola l’accusa”. Così, l’avvocato Isa Masi che difende la famiglia di Bruna Bovino.

Come la mettiamo con i vicini di casa che hanno sentito la puzza di bruciato e hanno visto le fiamme basse intorno alla stessa ora, ossia alle 18?

“Mi sono andata a rileggere le testimonianze e lui (il tatuatore) dice “No è passato tanto tempo, non me lo ricordo, non sono sicuro se era quel giorno” – osserva l’avvocato Masi.

“La Corte li ritenne ricordi confusi”.

“Secondo me questo sposta di poco il tutto – fa notare la Masi – perché ci sono le testimonianze di chi alle ore 18 ha visto il fumo, sentito la puzza di bruciato e visto le fiamme basse. Alle 18:12 parte la chiamata ai Vigili del Fuoco. Alle 18:15 fino alle 18:29 partono le prime chiamate a Bruna che non la rintracciano. Quindi alle 18.30 già c’erano i vigili urbani e subito dopo i pompieri”.

Quindi alle 18 hanno visto il fantasma di Bruna? Questo si domandava ironicamente il procuratore.

“Dobbiamo rapportare il tutto con altri elementi – continua l’avvocato dell’accusa – È chiaro che la Corte di secondo grado farà le sue valutazioni. Inoltre il video non dice nulla: si vedono il tatuatore e la nipote al bar e nient’altro. Mica si vede Bruna! E ripeto, non puoi aver visto Bruna a quell’ora quando già c’era l’incendio. Parliamo di un altro omicidio?”. L’incendio è inoltre di propagazione lenta, provocato da una candelina, quindi da un tentativo maldestro di bruciare il cadavere che sarà trovato semicarbonizzato. Ci vuole il tempo per propagarsi.

 

Gli altri elementi dell’accusa.

Il medico legale ha collocato la morte alle ore 16.30 circa. Poi ci sono i graffi sulle mani di Colamonico e gli elementi biologici rinvenuti.

L’udienza di secondo grado è il prossimo 24 ottobre ma difficilmente si arriverà a una sentenza alla stessa data. Bisogna considerare che dopo la testimonianza del tatuatore e della nipote, ci sarà il dibattimento in aula. Potrebbero andar via altri tre giorni.

 

La condanna nel luglio 2017.

Colamonico è in carcere dall’aprile 2014. Nel luglio 2017 è stato condannato in primo grado dalla Corte di Assise di Bari alla pena di 25 anni di carcere. Tra le pene accessorie stabilite dai giudici c’è anche la decadenza della potestà genitoriale. La Corte ha inoltre condannato l’imputato al risarcimento danni nei confronti delle costituite parti civili, 250mila euro ciascuno ai due figli minorenni (con 50mila di provvisionale), 150mila euro ciascuno a madre e familiari della vittima, 30mila euro per le due associazioni antiviolenza Giraffa Onlus, l’associazione polignanese SafiyaOnlus e per la Regione Puglia costituitasi per la prima volta parte civile per femminicidio.

 

L’arma del delitto mai ritrovata.

L’arma del delitto, si presume delle forbicine, non è mai stata ritrovata.

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