Giovedì 20 Giugno 2019
   
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LA TESTIMONIANZA DE TRIZIO. LE DOMANDE DEI RAGAZZI

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Il Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monopoli Roberto Di Costanzo, ha incontrato le scolaresche della Sarnelli-De Donato di Polignano.

Oltre un centinaio di ragazzi hanno raccolto la testimonianza del Sig. Nicolò De Trizio padre del maresciallo dei Carabinieri Carlo De Trizio, vittima nell’attentato di Nassiriya il 27 Aprile 2006. Tra gli altri ospiti, il Comandante della Compagnia di Polignano, Sergio Tatoli (in foto). Hanno partecipato all’incontro numerosi insegnati, il presidente Onorario dell'Oratorio Anspi di Polignano Don Giancarlo Carbonara.

I ragazzi, come veri giornalisti, hanno messo a dura prova, con domande ‘scomode’, la tenuta emotiva degli ospiti. Domande libere da sovrastrutture, ma silurate con garbo e delicatezza. Perfino l’autorevolezza del Capitano e il dolore di un papà che perde per sempre suo figlio, cedono alla riflessione sui turbamenti che la vita quotidiana riserva.

Di Costanzo si avventura coi ragazzi in un terreno paludoso e ne esce benissimo, insegnando loro come si possa sacrificare la propria vita rischiando, ed esserne così attaccati allo stesso modo. “Sicuramente non voglio morire...” – confiderà nel finale il capitano.

E' vero, molti giovani militari, soprattutto meridionali, vadano in missione di pace per necessità, rispetto alla precarietà del lavoro. Del resto si è precari sempre - spiega il signor De Trizio - rischiando la vita con le armi, attraversando la strada. E ci sono i valori in cui si crede. “Ciascuno di voi ne possiede alcuni, molto profondi” – osserva il papà del militare ucciso a Nassiriya.

Il capitano Di Costanzo ha partecipato alle missioni di pace all’estero. A margine dell’incontro, racconta ai ragazzi l’Iraq visto dagli occhi di chi c’è stato. Lontanto dalle critiche che da noi animano il dibattito sulle missioni all’estero e sulla democrazia occidentale come modello esportabile o meno.

IL RACCONTO DEL PAPA' DE TRIZIO - “Quella mattina ho acceso il televisore. In quel momento si parlava di un attentato a Nassirya. Non so perché ma ho spento immediatamente. In quelle circostanze – racconta papà De Trizio che confessa di aver perso le lacrime da quel giorno - si sente la telepatia. Si sente il bisogno di sentire il proprio figlio.”

“Ho chiamato subito il comando generale dei carabinieri. Mi hanno chiesto i dati di mio figlio. Poi è arrivato un tenente dei carabinieri a casa. Quando mi hanno dato la notizia il cervello non funzionava più.”

LE DOMANDE DEI RAGAZZI - Quando a metà incontro si parla di orgoglio della divisa, i ragazzi sono la prova vivente di quanto l’uomo assimili, nel pieno della sua formazione, simboli e concetti: "quando ha saputo che suo figlio era morto - spiazza la platea uno di loro - oltre che un senso di tristezza ha provato anche un senso di orgoglio?"

Un ragazzo, ancora alla ricerca del confortevole tepore umano: “Sono morti mia madre e mio padre - tuona nel brusio indistinto - e mi sono sentito malissimo…”. “Purtroppo un figlio non te lo darà mai nessuno…” - risponde papà Nicolò.

Alcuni ragazzi guardano già al futuro, mentre noi adulti dobbiamo sempre voltarci indietro. “Suo figlio sapeva già cosa fare nella vita?” - domanda la baby sindaco Fabiana Pellegrini.

Infine, la critica maggiore che spesso si rivolge ai carabinieri: come si può con le armi fare una missione di pace?

Il capitano Di Costanzo ammette: “Aver avuto due esperienze all’estero in Iraq mi sta creando non poche difficoltà a reggere l’incontro…”

'SPARARE UNA PERSONA...' - Prova a raccontare per metafore e poi si commuove quando gli domandano come ci si possa sentire a sparare una persona.

“Male, penso che ci si senta tanto male - soffia le parole mozzate da una emozione incontenibile - Io per mia fortuna non ho mai sparato, non ho mai ucciso una persona. Penso ci siano persone che non riescano neanche a superare questo momento. A volte l’unica cosa che possa alleviare il dolore di una persona costretta a uccidere un altro essere umano è il pensiero di aver salvato una vita a qualcun altro.”

Di Costanzo fa una confidenza ai ragazzi: “spero non vi capiti mai. A me non è mai capitato fino ad adesso, però sono sicuro che ci si senta molto male”.

Ma lei, capitano, morirebbe per salvare qualcun altro?

Risposta: “E’ difficile parlare di se stessi e poi non supportare quelle parole da fatti. Scegliere di andare in un paese per portare la pace dove c’è solo guerra è sintomo che uno non vuole, ma accetta di poter morire per qualcosa che è al di sopra della sua vita, per salvare gli altri. Al di là delle parole se una persona sceglie di andare in un paese straniero accetta di poter morire. Poi, sicuramente, non voglio morire.”

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